La Grecia è andata vicino al default, e i paesi europei sono arrivati in soccorso con prestiti immediati e uno stanziamento di 750 miliardi di euro (stanziamento significa “se serve li tireremo fuori” non sono soldi reali).
In cambio di questo, e per non far accadere la stessa cosa anche ai PIIGS (i paesi più indebitati dell’europa ovvero Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) è stato chiesto a questi paesi la riduzione drastica del debito pubblico. Da qui una serie di manovre fiscali di cui la prossima è solo la prima di molte.


Si parla di 25 miliardi di euro, ovvero 50.000 miliardi di lire, che in tempi non tanto remoti corrispondeva ad una intera finanziaria (alla faccia della manovrina).

Come sempre è accaduto (vedi nel 1992-95) i primi obiettivi dei tagli saranno gli impiegati pubblici, attraverso il blocco del rinnovo dei contratti (alla faccia della puntualità del rinnovo promessa da Brunetta) e altre restrizioni su pensioni e salario accessorio.

Assieme a questi provvedimenti si parla di riduzione dei costi della politica  e questo ci preoccupa non poco perché, per arrivare a parlare di tagli degli stipendi dei parlamentari anche se in percentuale ridicola, vuol dire che le misure da prendere saranno veramente impopolari e pesanti.

Si verifica quello che si è già verificato in passato: quando il governo ha bisogno di soldi colpisce il pubblico impiego, il bersaglio più facile i cui risultati sono immediati.

Siamo, e siamo sempre stati, i più esposti e questo Brunetta, nelle sue disquisizioni sui fannulloni e la produttività, non lo ricorda mai. Questo perché sottrarre degli euro a 3.500.000 dipendenti pubblici, da immediatamente una somma di denaro che sarebbe impossibile trovare altrove.

D’altronde gli aumenti previsti a regime era comunque così esigui che fare un paio di giornate di sciopero per protestare contro questa manovra, oltre che non ottenere nulla come nel passato, ci farebbe rimettere quasi tutto l’importo annuo corrispondente.

E così siamo, apparentemente, in un vicolo cieco da cui non si può uscire.

A protestare ci si rimette più di quanto sarebbe dovuto e non protestare non è una soluzione praticabile.

E’ evidente che i tempi cambiano e che il popolo dei pubblici dipendenti deve smettere di affidarsi a forme di lotta tradizionali, ormai inefficaci, e trovare punti di aggregazione verso forme di protesta al passo con i tempi.

La rete è sicuramente uno spazio utile per la protesta, se riusciremo a sfruttarlo a dovere riusciremo a far sentire la nostra voce.

A breve lanceremo alcune iniziative in tal senso dove ci aspettiamo una forte partecipazione.