Con la riforma Brunetta è evidente l’inutilità della retorica sindacale.

Niente potrà cambiare senza la partecipazione attiva e l’abbandono di vecchie logiche protezionistiche.

Il 31 dicembre è scaduto il contratto di lavoro per i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici e siamo nella periodica e messianica attesa del rinnovo, stavolta alla luce della riforma Brunetta (d.lgs 150/09).

Intanto in finanziaria sono previsti 215 milioni di euro per il 2010, equivalenti a 5,60 euro/mese, che Salgono a 9,64 euro/mese nel 2011 ed a € 15,23 euro/mese per il 2012, decimo più, decimo meno.

E’, evidentemente, una miseria ma sarà necessaria una lunga trattativa sul nulla, ovvero su cifre che sono gi stabilite per legge, per ottenere quanto “promesso” e, perlopiù, in scadenza del triennio.

Dal 2011, poi, entrerà a regime la riforma Brunetta che renderà pressoché inutile la contrattazione integrativa e la tutela sindacale per i provvedimenti disciplinari.

Come si può cambiare questa situazione.

Quello che accade, come sempre, non è frutto di una maledizione divina ma dipende in gran parte da noi, dalla nostra scarsa volontà di partecipare e di capire, dalla irresistibile voglia di delegare ai grossi sindacati, che gestiscono il potere, la soluzione dei nostri problemi senza pensare che chi ha il potere non vuole cambiare proprio nulla ma tende a mantenere lo “status quo”.

Per tanti di noi, forse per troppi, è irrefrenabile la tentazione di trovare, attraverso l’amicizia del sindacato potente, la soluzione di alcuni problemi personali che esulano dalla difesa dei diritti e della dignità del lavoro. Questo ammiccamento verso il “potere” non è gratis e i pubblici dipendenti stanno pagando in varie forme da molto tempo.

Da troppo tempo nella P.A. non c’è separazione tra grossi sindacati e gran parte della classe dirigenziale, la cui carriera spesso è stata determinata proprio da questi.

E questo consociativismo burocratico, anche se ha portato piccoli privilegi (quasi sempre illegali) per qualcuno, ha contribuito a spuntare tutte le armi efficaci per la difesa del potere di acquisto e l’affermazione dei diritti di tutti.

La regola è evidente: il privilegio riconosciuto a pochi indebolisce le rivendicazioni di tutti.

Non solo. Nell’assenza di regole, se il piccolo può ricevere “piccoli privilegi” è quello che conta di più che ne approfitta in maniera devastante.

Eppure davanti a un privilegio dato a pochi non si cerca la repressione e la condanna ma l’imitazione. Il tutto all’infantile grido “perché lui si e io no?”.

Per questo motivo i peggiori nemici del cambiamento sono coloro che assecondano i privilegi dei capi attraverso la fruizione di piccoli vantaggi personali.

Coloro che riescono ad assentarsi sistematicamente durante l’orario di lavoro (con la complicità del dirigente), i finti malati, coloro che cercano solo la personale sistemazione (…e che il resto vada in malora), coloro che pensano che la riqualificazione debba essere solo un passaggio di livello per anzianità, coloro, per riassumere, che pensano che è meglio portarsi a casa un uovo oggi senza pensare che, così facendo, non nasceranno più galline per i figli e i nipoti.

Per riconquistare la nostra dignità e rivendicare con efficacia i nostri diritti serve un sindacato che si riappropri dei suoi doveri e contribuisca a dare un senso al nostro lavoro.

Solo così il sindacato potrà fare in modo che i “pugni sul tavolo” abbiano un significato concreto e potrà difendere efficacemente il personale dalle continue prese in giro dei media e dalla strumentalizzazione della politica.